Per la Giornata Internazionale della Donna, la cantina mi ha chiesto di scrivere qualcosa su di me, di cogliere l’occasione per presentarmi ai lettori, dato che curerò il Blog, perché sappiano chi sono, da dove vengo, e cosa faccio.

Mi chiamo Patrizia, e sono Sommelier AIS dal 2016. Coltivavo questa passione da tempo, pur non avendo mai avuto nel mio DNA famigliare un background vitivinicolo, né tanto meno una tradizione contadina. Sono nata a Conegliano (TV) e, probabilmente, l’aria che si respira qui ha contaminato il mio essere. La mia famiglia di origine ha una falegnameria, dove ho passato parecchio tempo e, ancor oggi, i profumi del legno, delle vernici e delle colle sono impressi in modo indelebile nella mia mente.
Professionalmente parlando vengo dal mondo del tessile abbigliamento, mondo che mi ha permesso di sviluppare una certa sensorialità non solo visiva ma anche tattile. Sensorialità che poi ho applicato al vino, coinvolgendo ovviamente anche tutti gli altri sensi.

Parlare di se stessi è la cosa più difficile al mondo. Per questo credo che, piuttosto di sciorinare il mio curriculum, il modo migliore per descrivermi sia raccontare delle donne della mia famiglia, quelle da cui discendo, quelle a cui probabilmente assomiglio e cercare di capire dove ha origine la mia passione per il vino.

Inizierò dalla donna più importante della mia vita, mia mamma, Caterina, nata a Osigo (TV) nel 1944, primogenita e memoria storica della nostra famiglia. Mia madre è una donna straordinaria, non ho ricordi di averla vista piangere una sola volta in vita mia. Ha sempre preso le difficoltà con estremo pragmatismo, senza perdersi d’animo, ed io mi sento fortunata ad aver imparato da lei. Anche oggi, che spesso la memoria le tira dei colpi bassi, la sento ridere delle situazioni imbarazzanti in cui si è venuta a trovare perché c’è una cosa che non scorda mai, ossia che è sempre il momento di una buona risata.
È una donna minuta, elegante, posata nei modi. È simpatica, a tratti spiritosa. Neppure quando stinge i pugni, e li fa roteare in aria in segno di rabbia, riesce a sembrare cattiva. Ha grandi occhi azzurri ed il suo caschetto biondo ora è diventato tutto grigio, ma non ha mai perso il suo vigore.
Quando avevo 13 anni, prese degli animali da cortile. So per certo che i conigli sono morti tutti di malattia. Le galline, invece, cui avevamo dato un nome, sono morte di vecchiaia, lei non ha mai avuto il coraggio di ucciderle. E così è finita la sua esperienza in agricoltura.
Da lei ho sicuramente ereditato il pragmatismo e quel certo buon gusto, ma non la passione per il vino e la viticultura.

Patrizia e la sorella

Io e mia sorella Cristina

Mia nonna materna, Milena, nata a San Vendemiano (TV), classe 1924, da giovane lavorava presso il Calzificio De Nardi di Conegliano (TV). Una donna eccezionale mia nonna e molto bella. Era alta, slanciata, con due enormi occhi azzurri e onde dolci fra i capelli biondi. Incutevano riverenza il suo sguardo severo e il suo portamento distinto, ma era dolcissimo il suo sorriso per noi nipoti.
Dopo il matrimonio si trasferì ad Osigo (TV), dove aprì un negozio di alimentari. Il pomeriggio il panificio le prestava il forno, in un’economia di paese oggi impensabile, e lei cuoceva torte e meringhe da vendere ai sui clienti.
Ha messo al mondo 12 figli, di cui tre scomparsi prematuramente. Ricordo che da piccola andavamo al cimitero di San Vendemmiano, e ci fermavamo nella piccola aiuola esterna, prima di attraversare il cancello. “Lo zio Mario è stato gettato qui” mi diceva mia mamma. Non era vissuto abbastanza per essere battezzato e così, fu gettato tra i rifiuti.
Da piccoli andavamo a dormire da lei a Vazzola (TV). Aveva 16 nipoti e spesso la compagnia era numerosa. Aveva attrezzato la soffitta di casa con delle stanze improvvisate per gli ospiti. Non c’erano letti per tutti e così dormivamo due per letto, testa con piedi. Io ero fortunata, mi capitava sempre mia sorella gemella. Mia nonna riusciva sempre a far sembrare tutto un gioco.
I vicini di casa erano contadini, avevano una vigna che arrivava fino all’argine del Monticano. Quando dovevano vendemmiare, sei noi ragazzini eravamo in tanti, ci caricavano sul carro con le gambe a penzoloni, ma quando ero sola mi facevano sedere sul passaruota del trattore. Avevo paura ma ero felicissima. Ancora oggi penso che la mia passione per il vino sia iniziata lì.
Avevo 12 anni quando mio nonno si ammalò, emiplegia della parte destra del corpo. Improvvisamente la cosa dei nonni divenne un posto triste. Lui piangeva sempre, immobilizzato sul suo letto, ma lei era sempre la stessa donna, sorridente e affaccendata, amorevole con tutti, e così sensibile da non indossare mai nulla di nero perché il nonno lo considerava il colore del lutto.
La nonna non vendeva il vino nel suo negozio di Osigo e, ancora una volta, non trovo le origini della mia passione per il vino, ma da lei credo di aver ereditato, oltre ad un buon numero di tratti somatici, una certa sensibilità e la determinazione, sicuramente la passione per i tessuti, il cucito ed il ricamo.

Mia mamma Caterina

Non ho conosciuto le mie bisnonne, che vivono solo nel ricordo di mia mamma.
La bisnonna paterna si chiamava Caterina, per tutti “Catina”. Neppure lei faceva la contadini. Da giovani, con il bisnonno, andarono in America a lavorare sulle piantagioni di caffè e cotone. Il bisnonno morì giovane in un incidente a cavallo, ma la bisnonna non si perse d’animo, e rientrata in patria con i soldi guadagnati nelle piantagioni comperò casa e riuscì a provvedere ai figli.
La bisnonna materna si chiamava Assunta. Era una donna molto bella e aveva ereditato dalla mamma (che veniva da una famiglia nobile del Montenegro) il portamento regale “da principessa” com’è descritta nel ricordo dei suoi nipoti. In casa non faceva nulla, in linea con la sua discendenza nobile. Si occupava di tutto il bisnonno Tranquillo.

Neppure la mia prozia Regina mi aiuta. Classe 1926, proprio come la Regina Elisabetta, vive ancora da sola, guida la stessa Fiat Panda rossa dal 1973 e tutti la chiamano “Gina”.
È una donna piccola, con piccoli occhi azzurri ed io l’ho sempre vista con i capelli bianchi. Ha vissuto gli anni della guerra, si è sposata tardi e nella sua vita ha sempre lavorato. Da giovane al bar della stazione di Conegliano, poi è partita per la Francia. Quando sono nata io era già ritornata e faceva la cuoca per le famiglie benestanti della zona. Indossa solo “scarpette rosse” e porta sempre con se una borsetta in tinta. È una donna rigida, è rispettosa e pretende rispetto. Ha un carattere forte, direi tenace, e per lei la verità è solo una questione di punti di vista. Ma è anche una donna goliardica e festaiola. Ha una preoccupazione frequente, sicuramento retaggio di un’educazione di altri tempi, ed è “cosa penserà il popolo”, “cosa dirà il popolo”. Impossibile non sorridere quando corruga la fronte e con tono severo mi rivolge queste due gravissime domane. Ripenso alle origini nobili, di cui porta tutti i tratti, e me l’immagino seduta su una carrozza, con la borsetta rossa stretta in ventre, mentre con il braccio alzato saluta il suo “popolo” con un lieve gesto della mano.
È un’ottima cuoca, ama lo Chardonnay, l’Aperlospriz e solo in seconda battuta il Prosecco, ma ciò nonostante credo ancora una volta di non aver trovato le ordini della mia passione per il vino.

Patrizia Foltran sommelier le baite

Patrizia tra Paolo Lazzaro e Stefano Baldessin de “Le Baite”

Sono sicuramente un precursore, per quanta riguarda il vino, nella mia famiglia. Ma sono qui e vi parlerò del vino, e soprattutto delle storie degli uomini e delle donne che il vino lo fanno, lo bevono, lo amano. Lo farò a modo mio, sperando di riuscire a trasmettevi l’essenza di queste persone, la loro passione, e anche la loro leggerezza.